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19 agosto 2015

Proposta per un Centro Studi Bassi

«Sto preparando un libro su 120 edifici nel mondo. Dico 120, non 12.000. E neppure 1.200. Bene credici o no, l'incredibile è che uno dei 120 è un edificio di Giovan Battista Bassi». Così Bruno Zevi, scriveva confidenzialmente in una lettera inviata nel 1993 all’amico architetto pistoiese, riferendosi all’edificio della Cassa di Risparmio di Chiesina Uzzanese progettato da Bassi ed inserito tra le 120 maggiori opere di architettura da una delle voci più autorevoli del settore nel ‘900.

È Alessandro Suppressa, allievo di Bassi, a ricordare questo tra i tanti riconoscimenti che ha ricevuto l’architetto scomparso due anni fa, nell’agosto 2013. Parole, quelle di Zevi, a cui si potrebbero aggiungere quelle di molti professionisti e docenti di spicco dell’architettura italiana che fanno capire anche a chi si avvicina oggi a questa professione e non ha conosciuto personalmente l’architetto Bassi, il suo ruolo centrale nel dibattito dell’architettura del Novecento. La riflessione scaturita dalle opere del maestro pistoiese, “discepolo” della visione innovativa, della passione per la progettazione e per quell’idea definita a volte “utopica” di città a misura di cittadini di Giovanni Michelucci.

Se le opere di Giovan Battista Bassi sono visibili a Pistoia, anche se non sufficientemente segnalate e spiegate magari in un apposito percorso attraverso l’architettura del ‘900 che va dalla chiesa di Vicofaro a quella di San Felice, fino alle sue famose case (la Casa Balli in via Matteotti e il condomino La Nave in San Biagio), è il patrimonio di disegni, bozze, progetti e libri dell’architetto Bassi a rimanere ad oggi tenuto nel garbato e affettuoso privato della figlia, Elena (che ha seguito le orme lavorative del padre). La prima che vorrebbe fare del patrimonio archivistico del babbo, un dono alla città e soprattutto ai giovani architetti. «Conservo io tutto l’archivio- ci racconta Elena Bassi- ci sono i disegni originali a colori, molti plastici, tutte le sue pubblicazioni. Ma non ho spazi per farle fruire all’esterno se non tramite una mostra, come quella che avevamo organizzato nella prima edizione di Leggere la Città dove abbiamo ricordato l’ opera del babbo».

Avvicinatasi alla professione del padre grazie alla «luce dell’amicizia tra il babbo e Bruno Zevi che, quando stavano a parlare insieme, illuminava tutto lo studio», Elena Bassi rilancia in primis al Comune la proposta di raccogliere l’eredità culturale dell’architetto Bassi e farne un centro studio per la città.

Un progetto importante, certo, che impone la ricerca di spazi adeguati e soprattutto fondi ma che potrebbe trovare slancio proprio in un periodo in cui “Leggere la Città” si è affermata come evento di richiamo e con Pistoia candidata a capitale italiana della cultura 2017. «Studiando le sue cose ogni giorno ho sempre stimoli nuovi. È come se mi confrontassi sempre con lui e mi piacerebbe che questo potessero avvenire anche per i giovani architetti. È un modo per riassaporare il passato, un’architettura fatta con il caldo segno di una matita o anche di una cancellatura. Ed era un’emozione». L’emozione della libertà, mascherata da utopia. «Può darsi che le opere di Bassi lo siano- ha detto Francesco Adorno, già presidente dell'Accademia delle arti e del disegno, come ci ricorda Suppressa- ma l'utopia è l'unica possibilità di essere liberi; le sue opere non sono in funzione di un’ architettura che c'è, ma di un'architettura quale dovrebbe essere». Un pensiero affascinante come lo è l’immagine di città che Bassi e Michelucci hanno portato avanti. Ora è Pistoia che deve raccogliere con decisione il loro testimone.

Fonte: La Nazione